Quattro passi verso il Nulla

Il nulla, nel bellissimo libro di Michael Ende “La Storia Infinita”, che ha deliziato l’infanzia di tutti i bambini nati tra la metà degli anni ’70 e i primi ’80, è una sorta di nebbia avvolgente che divora cose, luoghi e persone qualora questi perdano ogni interesse, vitalità, sentimento. Ciò che vedo oggi è un nulla diverso, anche questo è una sorta di nebbia cerebrale che ottunde la ragione e genera mostri.

Il tempo che verrà porterà con sè infatti un carico di male inconfutabile. Siamo infatti di fronte ad un orizzonte elettorale composto in larghissima parte da beceri fascisti senza vergogna di varia natura, personaggi che dovrebbero essere puniti severamente per vilipendio alla lingua italiana e che paiono più stranieri degli stranieri stessi che cercano di respingere con ogni mezzo. E ai miei occhi lo sono, più lontani di qualsiasi nigeriano/pakistano che decida di tentare una nuova vita qui. Mi paiono più alieni perchè maltrattano la nostra lingua, ne ignorano la storia (e, cosa ben peggiore, gli insegnamenti) ma soprattutto hanno ideali così ridicolmente programmatici e non praticabili e così assurdi da apparire retorici e ridicoli volendo essere buoni.

E cosa c’è contrapposto a questo fascismo imperante che fa leva sulle pance di poveri ignoranti affamati resi feroci verso i loro simili dalla frustrazione? Una bella fetta di politici di democristiana memoria, incapaci di opporsi veramente, che portano avanti con mediocrità ed egoismo scaramuccie piccole piccole e assolutamente lontane dai bisogni reali della gente. Abbaiano l’un l’altro senza mai davvero mordere perchè purtroppo inseriti in un sistema dove comunque l’esistenza di uno giustifica quella dell’altro. E ancora: vecchi spettri infestanti e presunti giovani rivoluzionari che di rivoluzionario hanno appunto solo lo spericolato uso della nostra lingua. Facce di bronzo al naturale e facce di bronzo rese tali grazie ad abili make up artist più vicini agli imbalsamatori.

Questo è ciò che vedo per l’Italia, e purtroppo le alternative sono realtà talmente piccine che difficilmente riusciranno ad emergere consegnando lo stivale ad incompetenti o, ipotesi ancora peggiore, ai fans della Repubblica di Salò.

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Alcune osservazioni sulla Milano Men Fashion Week 2018

Il primo fu Giacomo Leopardi, che nel rimembrare il dolore passato scrisse di una certa dolcezza insita nel ricordo stesso, nella capacità di smussare spigoli un tempo taglienti e osservarli da una nuova prospettiva. L’arte e la moda aderiscono perfettamente a questo meccanismo mentale, facendo del citazionismo una sorta di gioco che è anche solida roccia su cui appoggiare opinioni e concetti contemporanei, veicolando un immaginario fatto di mood trascorsi, fantasie ageé, tagli vistosamente retrò.

Assistiamo così sulle passerelle della fashion week maschile ad un continuo revival, che di fatto revival non è, perché non si tratta di costumi e rivisitazioni ma di reinterpretazioni di capi, tessuti, accessori appartenenti ad altre epoche letti in chiave moderna. Urgente appare la contaminazione tra il guardaroba sportivo e quello elegante in un mix and match di colori e materiali sempre più sofisticato. I trench classici si tagliano a laser, si utilizzano tessuti ipertecnologici frutto di ricerca continua sul campo, all’insegna della vestibilità, della performance ma anche della forma.

Altra caratteristica evidente è l’affacciarsi di una vera e propria corrente, indubbiamente creata per soddisfare una sempre più vasta clientela, che attinge sia dal repertorio maschile che femminile per ottenere un alchemico composto che sa di chimera. Dalla morbidezza delle forme tipiche del guardaroba delle donne vengono ricavati perfetti completi da uomo di taglio sartoriale. I bermuda perdono la durezze delle cuciture jeans per alleggerirsi e cadere soffici sulla gamba. Le camicie si animano di fantasie unisex e sono arricchite spesso da dettagli in pelliccia, rouges, o punti luce di rhinestones. Gli accessori scardinano definitivamente la rigidità binaria della distinzione tra i sessi con una profusione di spille, borse, cappelli, sciarpe adatte sia al pubblico maschile che femminile.

Anche la rigida eleganza del doppiopetto (riproposto da Giorgio Armani) assume un aspetto più delicato perché realizzato in velluto, tessuto che appartiene per tradizione ad entrambi i sessi, e che mantiene insita nel tempo una regalità che lo rende autorevole ma meno formale.

In un caleidoscopio di colori e negazioni cromatiche, di colour block e fantasie barocche (gli stemmi iconici della maison Versace per esempio: le catene e la medusa), di trovate più legate alla comunicazione della moda che alla moda stessa (la performance di Dolce & Gabbana) il made in Italy sembra non conoscere battute d’arresto, con un fatturato in aumento costante e un investimento notevole nelle nuove generazioni di creativi, che stride con i tanti settori in crisi della nostra penisola (ricerca, scuola, università, industria).

Quindi possiamo chiederci: a quando un giubbotto di salvataggio?

 

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Una riflessione sulla parola scritta

Le parole hanno un peso. La cultura digitale ha rivoluzionato il nostro modo di scrivere e di comunicare alterando notevolmente le tempistiche, il senso, la reattività delle persone alle comunicazioni.

Siamo invasi di stimoli e parole ma progressivamente stiamo perdendo una serie di elementi importanti come il gusto dell’attesa che ora, ridotta ai minimi termini, ci rende invece insofferenti e nervosi, il piacere della scrittura che racconta di chi scrive e parla a chi riceve aldilà delle parole stesse. Le caratteristiche uniche delle parole vergate di pugno, pane dei grafologi, vanno scomparendo, si fanno rare, obsolete, quasi ostinatamente sperimentali.

I tempi sono inevitabilmente cambiati portando un carico di innovazione apprezzabilissima e lasciando indietro aspetti ormai vicini alla sensibilità di qualche anno fa che a rifletterci bene sembra un’epoca remota, lontanissima, inafferrabile.

La busta chiusa nella cassetta delle lettere che attende di essere violata, il crepitio della carta, l’impatto del colore dell’inchiostro. Dettagli che il nostro occhio apprezzava come il disordine o al contrario la precisione calligrafica sono ora materia di studio per chi si occupa di comunicazione, lontane dal nostro quotidiano. Ciò che rimane è la sensazione che si stia andando avanti ma lasciando qualcosa indietro. Forse qualcosa resta sempre indietro nel momento di cambiare, di operare delle scelte sempre più dettate dalla necessità dell’efficienza immediata a scapito della maturazione consapevole.

Parliamo di scrittura come elemento identificativo del singolo, come il dna, come l’impronta digitale, come la scansione della retina. Parliamo di un aspetto peculiare e individuale a cui, volenti o nolenti, stiamo rinunciando. Quali siano le conseguenze di questa spersonalizzazione sarà oggetto di studio per i sociologi delle generazioni a venire ma già oggi possiamo affermare che una serie di comportamenti sociali siano incredibilmente modificati con l’avvento, l’uso e l’abuso della comunicazione digitale più fredda, sterile e manipolabile anche quando si compone di bei contenuti o frasi pregnanti.

La scrittura digitale, associata all’ascesa dei social network, ha fatto crollare parecchi tabù, ha esautorato le autorità professionali del settore costringendo a riscrivere le regole del gioco della comunicazione, spostando verso altri luoghi, quelli virtuali, la sfera dei sentimenti, delle relazioni, ma anche del giornalismo e della ricerca. Ha anche consentito di abbattere distanze sociali, economiche, razziali ma ha soprattutto modificato toni e contenuti delle parole rimettendo in discussione tutto.

Non so dire se sia un bene o un male consentire a chiunque possieda un pc la possibilità di dare opinioni anche su argomenti di cui ignora tutto, se sia giusto esporsi e sovraesporsi protetti dall’anonimato di un mondo fittizio, dove i filtri non esistono perché non si corrono rischi e le parole fluiscono libere e istintive.

E’ certamente una rivoluzione inarrestabile che lascerà inevitabilmente il suo tributo di vittime ma di cui non si può fare a meno. La scrittura diverrà a breve completamente digitale e le lettere appariranno un oggetto museale dal fascino retrò come una macchina per scrivere lo è ai giorni nostri. Mi chiedo che percezione avremo del nostro passato scolastico e universitario, noi, generazione sospesa tra parola scritta e parola digitata, se guarderemo con nostalgia il passato o verremo definitivamente rapiti dal nuovo che soprattutto attraverso il lavoro ci ha coinvolti in modo totale. O quasi.

Sono convinto che rinnovarsi equivalga a sopravvivere, a perpetrare il genere umano sulla terra e che la comunicazione sia un aspetto fondamentale per ottenere ancora un posto sul pianeta. Il mio unico dubbio è che la rapidità nevrotica di queste comunicazioni e le altissime aspettative che nutriamo verso noi stessi e il progresso che ci circonda creino un corto circuito, un blocco nella memoria della macchina uomo che non si è evoluta affatto di pari passo con la tecnologia. Diventeremo noi stessi obsoleti esempi di un homo sapiens troppo lento per gli strumenti da lui stesso inventati? In quel caso l’estinzione è dietro l’angolo e di noi rimarranno milioni di conversazioni digitali, di parole affidate all’etere su supporti che diverranno troppo vecchi e andranno a perdersi facendoci dimenticare.

Niente di nuovo sotto il sole, quando brucia la carta o l’acqua la bagna le parole si perdono comunque. E’ proprio dell’uomo tentare di cambiare, di adeguarsi, di distruggere e di perdersi.

Le parole hanno un peso che va ponderato, l’immediatezza le svilisce e le rende vane, ritrattabili, cancellabili, in definitiva meno memorabili. E chi non ha memoria di sé e degli altri è destinato a scomparire.

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Milano. Ancora. Sempre.

Ancora qui, per amici, concerti, mostre. C’è un’aria particolare: tre giorni di sole consecutivi e temperature ideali per assaporare gli infiniti stimoli di questa città in continua evoluzione. Il Natale con la sua frenesia appare solo in determinati luoghi, nella zona del Duomo e nei negozi delle grandi catene, diversamente ce ne si può serenamente dimenticare. Il primo appuntamento è con il concerto dei First Black Pope e degli Hocico a Rozzano. Serata strana in realtà, con poco pubblico ma ottima compagnia. Il giorno dopo è la Triennale la nostra meta. Qui vediamo lo stupefacente mondo del design firmato Ettore Sottsass con la mostra “There is a Planet”.  Mi colpiscono non solo le linee grafiche e la purezza dei materiali quanto soprattutto i pensieri, le riflessioni e la lucida analisi che fa del mondo e della professione di designer. La mostra è molto ben curata, con testi esaustivi e affascinanti e una grandissima quantità di pezzi tra fotografie, mobili, oggetti, complementi. Altro padiglione della Triennale altra meraviglia: la personale di Rick Owens “Subhuman Inhuman Superhuman” che racchiude memorabilia, bozzetti, oggetti del celebre stilista in bilico tra demi monde e jet set. L’enorme quantità di abiti scultura esposti mostra tutto il genio avvenieristico dello stilista e ne amplia la percezione artistica grazie ai video delle sfilate performance proiettati a tutta parete. Estro e follia si intrecciano in costruzioni che attingono dal mondo classico ma si proiettano in un futuro (prossimo?) in cui creature androgine si muovono con grazia sulla terra.

Il pranzo a base di Ramen ci lascia soddisfatti molto più delle vie dello shopping. Concludiamo la serata con una cena magnifica all’Osteria dal Verme.

Il giorno dopo è Palazzo Reale ad attrarci con Caravaggio e Lautrec. Il primo che scegliamo di vedere è proprio Lautrec la cui esposizione si rivela più interessante del previsto. Infatti una grande attenzione è posta nel racconto delle vicende familiari, che in parte ignoravo. Scopro così che il suo handicap è congenito, per esempio, e che nn era l’unico membro della sua famiglia ad esserne afflitto. L’artista che ha raccontato la bella vita parigina senza tralasciarne gli scandali e gli aspetti più voyeuristici si mostra in tutta la sua forza. I manifesti, i bozzetti, i quadri consegnano il mondo parigino alla storia attraverso il pennello di un uomo tra i più bizzarri che l’arte abbia conosciuto.

friends

love

Rick Owens

Sottsass

Caravaggio è impraticabile, code lunghisime e meste addette allo smistamento non garantiscono l’ingresso a tutti, così rinunciamo perchè tanto di lì a poco ci attende il rientro a casa.

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Incoerenze

L’assurdita della politica anti migranti di Trump nella migliore delle ipotesi fa sorridere. Il non rendersi conto che gli States sono stati fondati dai migranti e hanno sviluppato un’economia in larga base alimentata dal lavoro di stranieri è semplicemente ridicolo.

Non conoscere le proprie origini è sempre segno di grande instabilità e l’instabilità si rifugia nell’intolleranza, il termine delicato dietro al quale si mascherano l’odio e il razzismo.

Le persone rendono grandi i luoghi, lasciano la loro impronta in positivo o in negativo, animano o abbandonano, ma inevitabilmente li rendono vivi.

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sabato 3 giugno allo Zalus: Oldies but Goldies

Sabato 3 giugno allo Zalus Club di Cagliari: Oldies but Goldies la serata dedicata alle sonorità post punk, dark, wave, punk degli anni ’80. Insieme ai grandi nomi della scena musicale come Joy Division, Ramones, Clash, The Cure, Gary Numan anche selezionati artisti nostrani come Diana Est e Alberto Camerini. La selezione musicale è a cura di Revenant e Palitrottu. Ingresso gratuito con tessera csen dalle ore 22.00.

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Sabato 13 maggio al Florio: Die Mechanische Ballet

Sabato 13 maggio dalle 21 il Florio di Cagliari ospiterà Die Mechanische Ballet, la serata dedicata alle sonorità darkwave, industrial, powernoise, gothic e ebm. Oltre al dj set di Revenant  ci sarà una special guest per l’evento: dj Blackdeath 1334, resident dello Slimelight di Londra. A corredare l’atmosfera le straordinarie opere dell’artista Daniele Serra che con l’inedito concept Nocturnal ci regala un meraviglioso viaggio nel mondo degli incubi.

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